Science Compass | Riposizionamento dei farmaci
Il fenomeno del drug-repositioning è al centro dell'attenzione della comunità scientifica e dell'industria farmaceutica perché offre l'opportunità di portare sul mercato nuove soluzioni terapeutiche con tempi e costi molto ridotti rispetto allo sviluppo di farmaci totalmente nuovi.
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Vecchi farmaci, nuove soluzioni

Il fenomeno del drug-repositioning sta cambiando lo scenario della ricerca biomedica orientata allo sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche. E offre concrete opportunità nel campo delle malattie rare.

 

Cosa hanno in comune un farmaco per l’angina pectoris e uno per la disfunzione erettile? Tutto: sono la stessa molecola. Il nome originale è Sildenafil, ma è noto in commercio come Viagra, e la sua storia è uno degli archetipi del fenomeno di drug-repositioning.

Letteralmente traducibile come “riposizionamento del farmaco”, il drug-repositioning è l’insieme delle analisi volte a stabilire se un farmaco già noto possa essere utilizzato per il trattamento di sintomatologie diverse da quelle descritte in etichetta. Come avvenuto per la famosa pillola blu, che era in sperimentazione clinica per valutarne i benefici per problemi cardiovascolari ma che poi si è rivelata più efficace in altri frangenti, molti altri farmaci (c’è chi dice il 75% delle molecole conosciute) potrebbero avere potenzialità nascoste annoverate tra gli effetti collaterali.

Si tratta di pratiche d’indagine ormai molto diffuse perché costituiscono un’alternativa più rapida e economica al normale iter di sviluppo di un nuovo farmaco.

Se infatti per sviluppare una nuova molecola – dalla produzione all’approvazione, passando per le varie fasi della sperimentazione preclinica e clinica –  occorrono generalmente 12-15 anni e 2-3 miliardi di dollari, per un progetto di drug-repositioning i costi si aggirano mediamente sui 300 milioni di dollari in un periodo di tempo di 6-7 anni.

Il bacino a cui attingere è davvero vasto: dai farmaci di uso comune già in commercio a quelli approvati dalle autorità competenti ma non commercializzati per diverse ragioni, a quelli ritenuti sicuri ma non efficaci sull’uomo per l’indicazione per la quale erano stati sviluppati. Tutte molecole che hanno già passato diversi step del processo di approvazione, che dunque non devono necessariamente essere ripetuti in vista di una nuova e diversa applicazione terapeutica.

La prospettiva di una così drastica riduzione dei tempi e dei costi ha sollevato l’interesse sia del mondo accademico sia dell’industria. Così di questi tempi sulle riviste scientifiche di settore vengono pubblicati una trentina di studi di repositioning al mese. Nel 2015 è nata una rivista dedicata (Drug Repurposing, Rescue and Repositiong) e ogni anno vengono fondate 3 o 4 imprese specializzate.

L’approccio è facilitato dalla tecnologia: ci sono sistemi che consentono di evidenziare similitudini nei meccanismi molecolari di  patologie diverse, modelli computazionali per fare previsioni sulle interazioni tra le molecole, tecniche di screening per testare velocemente i farmaci su linee cellulari differenti. Tracciando delle mappe che mostrino le affinità tra le molecole, i meccanismi coinvolti e le patologie, è possibile evidenziare i punti di corrispondenza: più match si registrano, maggiore dovrebbe essere la probabilità che quel farmaco abbia un effetto sul disturbo.

Le fonti di informazione sui farmaci sono molteplici: dai semplici bugiardini alla documentazione necessaria per l’approvazione alla commercializzazione, dagli articoli scientifici ai brevetti, alle osservazioni provenienti direttamente dalla pratica clinica (è cosa nota, infatti, che un farmaco in commercio da alcuni anni abbia anche una ventina di utilizzi diversi dalla destinazione d’uso ufficiale).

Nonostante il fiorire dell’attività di drug repositioning, c’è anche chi tende a ridimensionare il fenomeno e preferisce parlare di un complemento al processo di sviluppo di un farmaco più che di un’alternativa.

Bisogna infatti tenere presente che i farmaci da “riposizionare” hanno passato la fase 1 della sperimentazione clinica (sono cioè dichiarati non tossici per l’uomo nelle dosi e nei tempi di somministrazione testati), ma per l’approvazione a un nuovo utilizzo devono superare i test di fase 2 e 3, che di solito portano a scartare rispettivamente il 68% e il 40% delle molecole. Inoltre i test effettuati in fase 1 su una molecola possono essere tenuti validi se si mantengono inalterate dosi e modalità di somministrazione anche per la nuova applicazione terapeutica, altrimenti vanno ripetuti con relativi costi e tempi. Un’altra obiezione che viene sollevata riguarda gli effetti collaterali che un farmaco inevitabilmente porta con sé: alcuni indesiderata sono considerati infatti accettabili in caso di terapia salvavita ma non ammissibili per il trattamento di malattie croniche.

Tuttavia, anche volendone ridimensionare le caratteristiche, il fenomeno del drug repositioning è senza dubbio in espansione: il numero di farmaci “riposizionati” cresce di anno in anno e alcuni stimano che possano raggiungere il 30% del totale di molecole approvate in un anno.

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