Science Compass | Cittadini scienziati
Che la si voglia considerare un’opportunità o un imperativo per il progresso delle conoscenze, la partecipazione pubblica nella scienza è diventata un fenomeno d’impatto. Il public engagement viene oggi declinato in iniziative dalle tipologie disparate, identificate come Citizen Science.
Citizen Science, progetti di ricerca, Francesca Sofia
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Cittadini scienziati

Che la si voglia considerare un’opportunità o un imperativo per il progresso delle conoscenze, la partecipazione pubblica nella scienza è diventata un fenomeno d’impatto. Il public engagement viene oggi declinato in iniziative dalle tipologie disparate, identificate come Citizen Science.

 

Il termine Citizen Science, traducibile come “scienza dei cittadini”, è relativamente recente: è stato coniato negli anni ’90 in modo indipendente dall’americano Rick Bonney e dall’inglese Alan Irwin, i quali però gli attribuivano accezioni differenti. Oggi i concetti si sono uniti e Citizen Science indica i progetti di ricerca, condotti in parte o in toto da scienziati non professionisti, che hanno come obiettivo il raggiungimento di scopi scientifici, ma anche tutte quelle attività volte ad aprire al pubblico laico il mondo della scienza e delle policy dei processi scientifici. Il fine ultimo: sviluppare una cittadinanza scientifica (per approfondire si veda la piattaforma web Openscientist.org).

Malgrado la Citizen Science sia considerata dai più un fenomeno recente, il coinvolgimento all’interno di progetti di ricerca di persone estranee al mondo scientifico canonico, i semplici appassionati per esempio, ha origini in un passato non così recente. Il Christmas Bird Count è il conteggio degli uccelli promosso dalla National Audubon Society negli Stati Uniti e si svolge ogni anno il giorno di Natale a partire dal 1900: è il primo esempio documentato di quella che oggi chiamiamo Citizen Science.

Da qui in poi si ha traccia di molti altri progetti analoghi connessi soprattutto alle tematiche riguardanti ambiente e biodiversità, tanto che ancora oggi il collegamento tra la Citizen Science e questi argomenti è quello più immediato.

Tra i più antichi esempi c’è il Cornell Lab of Ornithology. Nato nel 1915 nel Regno Unito, è una non profit ambientale attiva e particolarmente apprezzata nel campo dello studio degli uccelli. Conta circa 80 mila membri e dal 1966 coinvolge nei progetti di Citizen Science oltre 200 mila partecipanti tra scienziati, appassionati, studenti e insegnanti di ogni età. Questa comunità di amatori raccoglie e condivide milioni di dati sullo stato della biodiversità, contribuendo alla sua salvaguardia.

OPAL – Open Air Laboratories, invece, è uno dei più vasti network di progetti di Citizen Science esistenti e ha contribuito a lanciare la European Citizen Science Association (ECSA). Creata in Inghilterra nel 2007 e gestita dall’Imperial College di Londra, ha coinvolto velocemente università, musei e organizzazioni ambientali di tutto Regno Unito. I cittadini che partecipano ai progetti reperiscono sul territorio i dati che saranno poi utilizzati dagli scienziati per proseguire nei loro studi. In questo modo l’OPAL cerca di favorire il senso di comunità tra scienziati e pubblico laico facendo trarre a entrambe le categorie dei vantaggi: i cittadini possono acquisire conoscenze sull’ambiente e la natura contribuendo anche alla ricerca scientifica, gli scienziati d’altro canto possono usufruire di una quantità di dati enorme riducendo i tempi dell’indagine.

In Italia il primo progetto di Citizen Science sulla biodiversità è CSMON-Life (Citizen Science MONitoring). Finanziato dall’Unione Europea nel 2013 all’interno del programma LIFE+, si propone di coinvolgere i cittadini in una collaborazione con la comunità scientifica e le istituzioni volta allo studio, alla gestione e alla conservazione della biodiversità delle regioni Lazio e Puglia. I cittadini verranno formati da esperti per diventare a loro volta esperti, acquisendo quindi conoscenza e una sensibilità diversa nei confronti della tematica di tutela ambientale.

Ciò che fa un’enorme differenza rispetto ai primi progetti di Citizen Science, e che rende quelli attuali un’interessante risorsa per la scienza, sono i mezzi, la tecnologia. L’avvento di Internet ha espanso il raggio di azione in molti sensi: grazie alla facilità e alla velocità delle comunicazioni e delle operazioni di analisi non solo è possibile estendere il campo di indagine di un certo progetto, ma anche coinvolgere un sempre maggior numero di cittadini (o citizen scientists), ottenendo grandi quantità di dati in poco tempo.

Oggi, dunque, esistono progetti di citizen science in ogni ambito della scienza: astrofisica e astronomia, informatica e neuroscienze, medicina e biologia, etc.

Zooniverse per esempio è un portale web che raccoglie progetti di astronomia, tra cui il progetto di Citizen Science internazionale forse più conosciuto, Galaxy Zoo, il cui obiettivo è la classificazione delle galassie.
Un campo in cui la partecipazione dei “non esperti” può fare la differenza è quello biomedico. Il mondo anglosassone è in prima linea a questo proposito.

La Citizen Science Salford è una piattaforma web in cui è possibile trovare progetti riguardanti la salute pubblica (da varie forme di tumore al morbo di Alzheimer, dai problemi dermatologici al diabete): gli operatori del sistema sanitario coinvolgono i pazienti in progetti di ricerca chiedendo l’inserimento dei dati di esperienza tramite un sistema web-based.

Negli Stati Uniti c’è anche chi paga 99 dollari per poter partecipare al progetto American Gut, il cui obiettivo è osservare come una certa dieta e un certo stile di vita possano condizionare la salute degli individui.
Come?  Sottoponendosi a test ed esami che valutino la composizione della propria flora intestinale.

La Citizen Science, tuttavia, non è esente da critiche e problematiche. Dal punto di vista degli scienziati utilizzare dati reperiti attraverso il pubblico laico è rischioso: l’affidabilità dei dati è spesso messa in discussione e pertanto è più difficile che un articolo venga pubblicato e acquisti credibilità. Dall’altra parte, perché si possa parlare davvero di scienza dei cittadini, è necessario che i non professionisti ricevano qualcosa, oltre (forse) a una certa gratificazione personale. Da questo punto di vista emerge la problematica della proprietà del dato (è solo degli scienziati che dirigono il progetto? È di tutti?), un tema ancora più sentito se si prendono in considerazione i dati “sensibili” come quelli personali e riguardanti la salute.

A questo proposito consigliamo di consultare il sito Socientize, e il programma di buone prassi sulla citizen science scritto nel 2012 nell’ambito della Comunità Europea.

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