Science Compass | Proprietà dei dati nella ricerca clinica
Il tema della proprietà dei dati personali dei pazienti non è nuovo e non è emerso solo in relazione all’uso dei Big Data. La necessità di tutelare la privacy di chi decide di contribuire a un processo di ricerca entra in gioco nello svolgimento di svariate attività che fanno parte della biomedicina da molti decenni.
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A chi appartengono i miei dati?

Il tema della proprietà dei dati personali dei pazienti non è nuovo e non è emerso solo in relazione all’uso dei Big Data. La necessità di tutelare la privacy di chi decide di contribuire a un processo di ricerca entra in gioco nello svolgimento di svariate attività che fanno parte della biomedicina da molti decenni.

 

Alcune fasi della ricerca biomedica richiedono un sforzo collettivo o, meglio, il contributo delle persone che donano “una parte di sé” per esempio quando decidono di prendere parte a una qualunque sperimentazione clinica, di depositare un proprio campione di sangue in una biobanca, di permettere che alcuni dati della propria cartella clinica siano integrati in un registro di patologia.

Il tema, in tutti questi casi, è quindi quello delle garanzie che ci devono essere offerte a fronte di quanto di profondamente nostro affidiamo, di fatto, nelle mani di altri (medici, ricercatori, amministratori sanitari etc…,).

Il primo requisito riguarda il consenso: il contributo volontario, in qualsiasi forma, a un’attività di ricerca deve essere fornito a fronte della completa comprensione dell’intero processo a cui si sta partecipando. I principi alla base del consenso informato sono stati codificati tramite regole e convenzioni accettate al livello internazionale a partire dal secondo dopoguerra e sottoposte a un percorso di aggiornamento che prosegue fino ai giorni nostri. Infatti, l’applicazione efficace del consenso informato presenta, nella pratica, sfide sempre nuove e legate al contesto storico.

In un certo senso possiamo dire che negli anni sia aumentato il livello medio di conoscenza e consapevolezza dei cittadini, ma, contemporaneamente, è cresciuta in maniera esponenziale la complessità dei processi della ricerca.

I Big Data ne sono l’esempio più eclatante.

Ed è forse anche grazie ai Big Data se è emersa in modo molto più forte rispetto al passato l’esigenza di coinvolgere i pazienti nel dibattito intorno all’uso dei dati che loro stessi mettono a disposizione della ricerca.

I temi in discussione sono diversi e ciascuno apre un percorso complesso, ma necessario per la definizione di nuove regole condivise.

Uno degli argomenti più dibattuti riguarda la differenza tra cessione del consenso all’utilizzo e cessione della proprietà dei dati stessi. Da una parte la comunità scientifica vede la pratica del riutilizzo dei dati per successivi studi, anche per usi non previsti o non prevedibili al momento del rilascio del consenso, come l’opportunità di aggiungere valore ai dati stessi e quindi non sprecare la donazione. Dall’altra, c’è chi vede dei rischi in questa modalità di trattamento dei dati e difende la possibilità per il paziente di rinnovare o ritirare il consenso ogni volta che i dati sono utilizzati per una finalità diversa da quella inizialmente prevista.

Entrambe le posizioni hanno implicazioni che vanno dagli aspetti etici a quelli logistici e che, in ultima analisi, determinano ciò che la ricerca può e non può realizzare con dati e campioni donati.

Uno spunto interessante per impostare la discussione viene da questa affermazione di Sharon Terry che alla guida di Genetic Alliance lavora per aiutare le persone a incaricarsi della gestione della propria salute:

Chi partecipa a uno studio clinico non è un paziente nel senso tradizionale del termine, ma avrebbe più senso parlare della sua relazione con la sperimentazione in termini di partnership.
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